La dominazione romana

I Romani ampliarono le città costiere, sovrapponendo i loro edifici a quelli puniti; fondarono nuove città come per esempio Lybissonis (l'odierna Porto Torres che qualcuno sostiene invece essere stata fondata già dai Fenici), Gurulis Vetus (l'odierna Padria) e Coclearia, e collegarono i centri costieri con quelli dell'entroterra con una efficiente rete stradale che consentiva il trasporto dei prodotti agricoli (grano, olio, vino) provenienti dal Campidano e dalle altre zone pianeggianti o collinari e del sughero, indispensabile per tappare le anfore di vino e di olio caricate sulle navi (soprattutto nel periodo imperiale la Sardegna divenne un passaggio obbligato verso le Province africane); collegano inoltre le coste con i centri minerari (soprattutto quelli del Sulcis) che fornivano metalli come il ferro o l'argento.
Dai promontori rocciosi del litorale inoltre i Romani si ingegnarono a ricavare blocchi di granito per i loro monumenti. La pietra che gli isolani avevano sempre utilizzato per la costruzione dei nuraghi e dei loro templi megalitici era ora destinata alle grandi costruzioni imperiali, come per esempio il Pantheon che Marco Vespasiano Agrippa, genero di Augusto, fece erigere a Roma nel I secolo d.C. Ancora oggi, sulle isole della Marmorata e lungo le spiagge di Santa Teresa di Gallura, nella parte nordorientale dell'isola, non è difficile imbattersi in blocchi "tagliati" con regolarità oppure in frammenti di colonne, sfuggiti ai numerosi carichi fatti dai Romani durante tutto il periodo della loro dominazione, durato quasi settecento anni. Non era facile infatti imbarcare sulle navi da carico i blocchi di pietra nei tratti di mare antistanti i promontori rocciosi. Le correnti e le condizioni atmosferiche provocavano spesso dei naufragi o costringevano i marinai a liberarsi dei pesanti carichi per evitare che le imbarcazioni affondassero.
I Romani non riuscirono mai, come i predecessori, a conquistare completamente l'entroterra e chiamarono "barbare" o "barbaricine" le tribù fiere di pastori-guerrieri che gli si opposero a lungo. A partire dal 236 a.C. i consoli celebrarono per ben sei anni consecutivi il "trionfo" della vittoria contro i ribelli, ma in realtà le rivolte si susseguirono a lungo. Nel corso della seconda guerra punica, per esempio, il pretore Mamula fece presente al Senato romano che la Sardegna era a rischio di insurrezione. Nel 177 a.C., se si dà credito a fonti romane, i popoli delle montagne subirono una dura sconfitta e la perdita di dodicimila uomini. Poco più di cento anni dopo Marco Emilio Scauro venne accusato dai Sardi di essersi reso responsabile di corruzione e di assassinio. Difeso da Cicerone, venne assolto. Ancora nel 7 a.C. tuttavia Ottaviano Augusto, nel tentativo di debellare le rivolte, decise di mettere l'isola sotto il suo personale controllo, togliendola ai proconsoli cui era stata affidata vent'anni prima, e dovette inviare numerose truppe imperiali. Nel 98 d.C., sulla riva sinistra del Tirso, il centro romano di Aquae Hypsitanae, l'odierna Fordongianus, divenne una roccaforte militare, assunse il nome di Forum Traiani e fu il punto di riferimento delle truppe che dovevano tenere sotto controllo il territorio. Era situata infatti proprio ai confini della Barbària, la regione che più delle altre mostrava di non volersi sottomettere. Le vicende romane comunque coinvolsero buona parte dell'isola, soprattutto quella costiera e dell'immediato entroterra. Nel 177 a.C. la regione venne dichiarata Provincia consolare. Nel 49 a.C. per esempio, durante il conflitto tra Cesare e Pompeo, Karalis prese le parti del primo, mentre Sulcis del secondo. Tre anni dopo, quando Pompeo venne sconfitto, Sulcis venne punita con un aggravio d'imposte mentre Karalis fu elevata di grado. Come gli altri abitanti dell'Impero, nonostante i continui scontri tra fiere popolazioni montane e truppe imperiali, i Sardi, nel 212 d.C., ottennero da Caracalla la cittadinanza romana. Gli anni che seguirono si arricchirono di avvenimenti legati all'ormai ineliminabile presenza cristiana. Secondo la leggenda, più che la storia, il primo giorno di maggio del 303 d.C. venne martirizzato a Nora Efisio, il futuro patrono di Cagliari; l'anno successivo subirono la medesima sorte: Simplicio a Olbia, Lussorio a Forum Traiani, Saturno a Karalis, Antioco a Sulcis e, per finire, Gavino, Proro e Gianuario a Turris.
Nel 312 i Sardi presero le parti di Costantino, l'imperatore, venerato in seguito nell'isola come un santo, alla pari dei martiri, vittime dieci anni prima dell'intolleranza romana.
Per l'Impero Romano ormai i momenti di gloria erano comunque terminati e la fine era prossima. Anche la Sardegna ne subì le conseguenze. A partire dal 440 d.C. i Vandali, una combattiva popolazione di origine germanica che, decimata dai Visigoti si trasferì nel 429 d.C. in Africa al comando di Genserico, iniziarono i loro assalti alle coste sarde. Nel 456 d.C., al ritorno da una scorreria nel Lazio, i Vandali occuparono Karalis e gli altri centri costieri dell'isola, senza che l'Impero Romano d'Occidente, ormai in profonda decadenza, potesse opporre alcun tipo di resistenza. Poco meno di ottant'anni dopo tuttavia gli stessi Vandali d'Africa vennero sconfitti dall'esercito di Giustiniano, imperatore dell'Impero Romano d'Oriente, a Tricamari, a una trentina di chilometri da Cartagine, e la Sardegna con le Baleari e la Corsica divenne una delle sette Province bizantine.