La musica, il canto e il ballo

C' è uno strumento musicale che rappresenta in maniera inconfondibile la Sardegna: le launeddas, tre canne sapientemente lavorate dalle quali esce un suono forte e metallico, come le voci dei tenores barbaricini. Se ancora oggi si discute circa l'origine bimillenaria delle launeddas, è certo che, sia nella musica sacra che in quella profana, non c'è strumento che sappia infondere emozioni simili. Le launeddas, come si è accennato, sono costituite da tre canne. La parte che deve essere introdotta in bocca e dalla quale si soffia è fornita di ancia, così come alcuni strumenti a fiato quali il clarino e il sax. La canna che durante l'esecuzione sta a sinistra è chiamata "su tumbu", e produce il suono più basso. Le sue particolarità sono fondamentalmente due: innanzitutto ha una sola nota e, in secondo luogo, funge da basso continuo dall'inizio al termine del brano. La canna che sta al centro si chiama invece "sa mancosa manna". Viene tenuta dalla mano sinistra così come su tumbu, al quale è legata con dello spago cerato. Sa mancosa manna, che offre un suono di contralto, serve per fare la melodia e può avere cinque o, più raramente, otto toni diversi. La canna di destra, la più sottile, è "sa mancosedda", con la quale si ottengono i toni più acuti. Diversamente dallo strumento che, dal punto di vista sonoro, assomiglia alle launeddas, e cioè la cornamusa scozzese, lo strumento sardo è di più complicata esecuzione. Mentre infatti il suonatore di cornamusa sfrutta una sacca d'aria, fatta di pelle di animale, che permette allo strumento di continuare a suonare anche mentre il suonatore prende fiato, per suonare le launeddas, il musicista deve essere in grado di utilizzare una difficilissima tecnica respiratoria.
Ogni paese del Campidano (le launeddas sono infatti caratteristiche del sud Sardegna) aveva il suo suonatore professionale, un vero e proprio maestro che si esibiva durante le feste. Oltreché in questo genere di occasioni, le launeddas trovano posto anche nelle manifestazioni religiose, durante le funzioni della messa e nelle processioni. 

Direttamente collegato con l'uso degli strumenti musicali è il ballo tondo, il più famoso fra i balli sardi, in cui i musicisti o i cantanti stanno al centro del circolo formato dai ballerini che, tenendosi per mano, danzano muovendo quasi esclusivamente i piedi. Se il sud dell'Isola è dunque interessato dalla polifonia strumentale, sono invece più caratteristici del centro - nord i canti polivocali, spesso di derivazione ecclesiastica medioevale e moderna. In generale, possiamo dividere il canto sardo in due gruppi principali, comprendenti anche i canti del sud dell'Isola. 

Il primo è quello del Campidano e del Logudoro con i "mutettus" e il "mutu". Questi canti hanno una caratteristica comune, i cantanti si esibiscono in acrobazie canore improvvisando e variando all'infinito su di un motivo (melodia) iniziale.

Il secondo gruppo, quello della Gallura e del Sassarese, è invece mancante di queste improvvisazioni ma si caratterizza comunque con componimenti tipici come la "gobbula". In Barbagia è diffuso invece il canto a tenore, eseguito da quattro voci, differenziato nel repertorio e nello stile rispetto al paese di provenienza. Per finire, bisogna ricordare che gran parte della cultura tradizionale sarda aveva in tutta la popolazione, povera o ricca che fosse, il proprio destinatario. In Sardegna infatti, cosa difficilmente riscontrabile nelle altre aree del Mediterraneo, tutto il bagaglio culturale circolava indifferentemente fra la nobiltà così come fra il popolo.