La nascita, il matrimonio e la morte
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Mettere al mondo dei figli era considerato per tradizione lo scopo principale di un matrimonio. Era d'altronde opportuno, dopo i primi nove mesi di matrimonio, che il primogenito venisse alla luce, anche per non incappare nelle chiacchiere paesane. In certe zone del Nuorese la donna sterile veniva addirittura presa in giro. Durante la gravidanza si utilizzavano molti metodi, tutti di natura più magica che scientifica, per scoprire il sesso del nascituro e per evitargli ogni tipo di problema, come ad esempio le famose "voglie". A Nuoro si credeva che i genitori dovessero scontare i propri peccati giovanili nei figli, una vera e propria trasmissione delle colpe di generazione in generazione. Quando un bambino nasceva con qualche problema fisico o era particolarmente brutto, la colpa di ciò poteva ritrovarsi nel fatto che i genitori avessero riso di qualcuno con gli stessi difetti. Per lo stesso motivo, le ragazze non ancora sposate non dovevano ridere di una donna sterile, perché uguale sorte sarebbe potuta capitare a loro o alle figlie.
L'altro grande momento, nella vita di ognuno, era il matrimonio, con tutto il
precedente rito del fidanzamento.
Al contrario di quanto accade oggi, dove l'incontrarsi fra uomini e donne non è
certo un problema, a tutte le età, fino a qualche decennio fa costituiva invece
un affare complicatissimo. "Su fastigiu" (il corteggiamento)
era fatto sotto il controllo dei genitori e in generale degli adulti delle due
case. I due ragazzi non avevano possibilità alcuna di vedersi, se non di
nascosto per qualche istante, prima del fidanzamento ufficiale. In questi
momenti segreti, i1 ragazzo faceva intendere alla ragazza quali fossero le sue
intenzioni e cioè il fidanzamento e il matrimonio. Se la ragazza acconsentiva,
il padre di lui doveva recarsi a casa della famiglia della giovane e chiederne
la mano ("sa pregunta"). Se tutto andava per il verso giusto,
ci si metteva d'accordo sul primo giorno in cui il ragazzo avrebbe potuto far
visita alla fidanzata. Quest'ultima, al contrario, fino al giorno delle nozze
non poteva entrare in casa di lui. Nel recarsi in chiesa, la sposa veniva
accompagnata da "sas accumpannadoras" (le accompagnatrici), due
ragazze, parenti dello sposo, anch'esse in abito da sposa, mentre i suoi
fratelli e i parenti si recavano a prendere lo sposo. Terminata la messa
nuziale, all'uscita gli sposi venivano sommersi da una pioggia di chicchi di
grano, fiori e confetti. Ci si recava dunque alla casa degli sposi dove il prete
benediceva il letto e dove si svolgeva un grande ricevimento a base di dolci e
caffè. Le nozze si celebravano quasi sempre di sabato e così il giorno dopo,
in casa della sposa, veniva offerto un pranzo che, otto giorni dopo, doveva
essere replicato in casa dello sposo.
La morte è infine l'ultima e forse più sacra occasione della vita di ognuno e in Sardegna, con usanze antichissime, assume toni molti intensi. Uno di questi è sicuramente "s'attitidu", una cerimonia nella quale alcune donne, con canti, pianti e movimenti ritmati, esprimevano la disperazione dei parenti del defunto. Esteticamente il lutto veniva vissuto dai parenti più vicini con il portare la barba incolta per qualche giorno, negli uomini, oltre all'abito nero per il funerale, e nelle donne, con il portare il vestito nero per molti anni o per tutta la vita in caso di morte di figli o genitori. Il rispetto formale per la morte veniva espresso, oltre che dai parenti, anche dagli amici o vicini di casa, i quali a turno e per diversi giorni si incaricavano di portare il cibo alla famiglia colpita dal lutto. In certe zone della Barbagia resiste ancora la credenza che il defunto, nel giorno dei morti, sieda a tavola con i parenti per mangiare. Ecco allora che si lascia il posto vuoto nel quale vengono portate via via tutte le pietanze, come se il morto fosse presente.
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