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Gli uomini del Neolitico

Bisogna tuttavia aspettare molti millenni e lasciar scorrere tutto il Paleolitico (l'età della pietra grezza) per giungere allo sviluppo di vere e proprie civiltà, ampiamente diffuse sia lungo tutto il litorale sia nelle zone interne.
La grotta di Filiestru (il "felceto") e quella di Sa 'Ucca 'e su Tintirriolu (la "bocca del pipistrello"), entrambe nei pressi di Mara, tra Sassari e Alghero, hanno restituito numerosi reperti, tra cui punte di ossidiana, ceramiche, vasi, risalenti al Neolitico antico (6000 anni a. C.), ma anche a quello medio (3730 - 3300 a.C.). Gli archeologi sono stati così in grado di ricostruire, almeno in parte, gli usi e i costumi della Civiltà detta di Bonu
lghinu.
La Cultura più diffusa, che secondo gli studi di alcuni esperti prese il via già nel IV millennio a.C., fu tuttavia quella di San Michele, detta anche di Ozieri, così chiamata dal nome della grotta situata nei pressi della cittadina al centro del Logudoro, vera capitale del Montacuto, dove sono stati trovati i primi reperti. Altri reperti, assimilabili allo stesso tipo di cultura, ma con caratteristiche proprie e riferibili a periodi leggermente diversi, sono stati rinvenuti in località piuttosto lontane le une dalle altre: nei pressi di Arzachena, località in cui le popolazioni antiche hanno lasciato numerose testimonianze del loro modo di vivere, o più a nord in Gallura; a monte Claro, tra Oristano e Cagliari, in cui le capanne ellittiche o circolari venivano costruite con pietre a secco, vere e proprie progenitrici dei nuraghi che sorgeranno in epoca successiva; a San Giuliano, dove sono rimasti i resti di una sessantina di capanne addossate le une alle altre a formare un villaggio di notevoli dimensioni, e ancora a monte d'Accoddi, presso Sassari, dove le capanne sorgevano intorno a una torre, forse un arcaico santuario.
Piccole comunità, già organizzate sulla base della divisione del lavoro, vivevano in grotte, naturali o in parte ricavate dalle rocce, cui si affiancarono via via villaggi fatti di capanne scavate nel terreno, coperte con pali di legno e intonacate all'interno con argilla indurita. Alla caccia e alla pesca si aggiunsero l'allevamento, l'agricoltura e anche l'artigianato, documentato quest'ultimo da numerosi reperti in ceramica lavorata. Le tombe hanno infatti restituito ceramiche dipinte, a volte decorate con incisioni e modellate in forma di ciotole, tazze, vasi con collo tronco oppure tripodi e ancora, soprattutto nella zona di monte Claro, vasi cilindrici a fondo piatto, bollitori e piatti.
Allo sviluppo delle attività economiche e dell'organizzazione sociale corrispose anche quello legato al culto dei morti e al senso del sacro, di cui restano numerose testimonianze, diverse tra di loro, ma tutte nate da esigenze di carattere `religioso', come le tombe megalitiche disposte generalmente in circolo oppure le grotte scavate nella roccia, chiamate dagli isolani domus de janas, "tombe delle fate".
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